OLTREVERSO

Progetto espositivo a cura di Glenda Cinquegrana e Sonia de Gerolamo

 

INARTE WERKKUNST Gallery,Bergamo

Oltreverso 

11 maggio - 26 maggio 2017

Mostra personale

 

Il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali (…) rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente. 

                       Arthur Schopenhauer

 

L’opera di Silvia Gaffurini è basata sull’atto di guardare oltre: è un profondo atto di penetrazione della sostanza del reale e contemporaneamente di smascheramento di quello che si cela oltre la superficie.

Come Schopenhauer aveva parlato del mondo come frutto di volontà e rappresentazione e di velo di Maya dietro il quale la realtà vera si nasconde agli occhi, per la Gaffurini il rapporto fra la sostanza e la forma è vissuto come frattura. L’arte per la Gaffurini è lo strumento capace di rivelare allo spettatore quello che non arriva alla percezione per via immediata, il rapporto dialettico fra apparenza e contenuto, fra forma superficiale e ciò che si nasconde dietro il velo. Attraverso una pratica di riuso di simboli provenienti dall’arte classica e l’applicazione di tecniche manuali sovrapposte al medium della fotografia, l’opera della Gaffurini si fa costantemente proiezione verso una dimensione che resta quella inafferrabile dell’oltre, che altro non è che quella che si nasconde sotto il velo di Maya.

L’embossing, il rilievo a sbalzo, è uno dei principali strumenti con cui Silvia Gaffurini dà corpo allo hiatus fra apparenza e sostanza. Si tratta di un gioco visivo in cui la sovrapposizione fra due strati - la fotografia e il disegno – crea un corto circuito semantico fra elementi simili, ma di diverso significato. Lo scollamento fra le due dimensioni dell’oggetto è concepito dall’artista in modi di volta in volta diversi: come scarto temporale fra due momenti, nella serie Tempovita; stacco concettuale fra reale e proiezione ideale, in Underdrawing; fra libertà e vincoli spaziali, in Fili inquieti; fra pregiudizio e umanità in Plastic Bag.

Vediamo come la Gaffurini declina abilmente questi concetti nei suoi lavori. In Tracks l’artista disegna a sbalzo sui volti di bellezza purissima alcuni fili che si appuntano sulle teste femminili come pensieri in disordine, segni di vitalismo sull’immobilismo delle figure dalla statuaria classica. E’ il disegno a rilievo che mette in moto il disvelamento della realtà che risiede oltre l’apparenza della bellezza: l’equilibrio ha sempre come contrappunto il disequilibrio, l’armonia porta dentro di sé il caos. In Fili inquieti la Gaffurini sceglie di intervenire sull’immagine fotografica applicando dei fili, fino a fare di essa un oggetto. Come nell’opera storica di Giulio Paolini era contenuta una riflessione sulla natura dell’oggetto quadro, in quello della Gaffurini c’è lo spunto a riflettere concettualmente sui limiti dell’immagine e il suo supporto. Anche qui la rilettura dell’archetipo della forma classica della scultura costituisce la chiave di lettura per leggere la sperimentazione dell’uscita dell’immagine fotografica dai vincoli bidimensionali dello spazio. L’andare oltre in questi lavori è un atto concreto che si compie come proiezione nell’universo fuori dal quadro.

Nella serie Underdrawing, l’embossing si tramuta in un vero e proprio intervento di scrittura sul corpo dell’artista, che auto-fotografato, costituisce il supporto per lavori che hanno ad oggetto lo scollamento fra il Sé ideale e il Sé reale. Le due visioni sovrapposte sono viste in un movimento che è sempre dinamico e dialettico insieme, dove lo sguardo oltre corrisponde con il tentativo di farle coincidere. La necessità di rivelare ciò che si trova dietro a quell’occhio superficiale che si sofferma sull’apparenza dei vestiti è alla base anche dei lavori intitolati Plastic Bag. In questi il corpo femminile della modella - che è sempre la Gaffurini stessa - è nascosto dalla presenza, trasparente e disegnata a mano, del vestito. Lo scollamento semantico in questo caso si produce fra il disegno a china realizzato sull’involucro di plastica e l’immagine fotografica sottostante, dove il primo è un velo che lascia intravedere le fattezze di un corpo indifeso e nudo. Appeso ad una gruccia e sbattuto in vetrina, la donna artista appare prigioniera di una dimensione ready to wear, in una confezione incellofanata messa sullo scaffale dei nostri desideri di consumo.

In queste opere il discorso sul corpo della donna si fa politico, e la critica nei confronti del sistema di produzione dei simboli estetici legati al femminile è condotta in un modo al tempo stesso giocoso e sofferto. Silvia collocando le scarpe rosse sotto l’orlo del vestito ci ricorda che quella donna di cui vedete solo il lato superficiale non è solo immagine, ma è vero corpo, con i suoi limiti e i suoi difetti.

L’oltreverso per la Gaffurini è invito costante ad andare oltre i pregiudizi e gli stereotipi: l’artista ci ricorda che dietro ogni possibile proiezione ideale si cela la realtà vera, che è fatta di persone in carne e ossa.