ROCCA ROVERESCA, Senigallia 2018

 

InArte Gallery, Bergamo 

Esibizione Personale 2017 

 

OLTREVERSO 

Di Glenda Cinquegrana

 

"Il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali (…) rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente". (cit. Arthur Schopenhauer)

                                                                                                  

L’opera di Silvia Gaffurini è basata sull’atto di guardare oltre: è un profondo atto di penetrazione della sostanza del reale e contemporaneamente di smascheramento di quello che si cela oltre la superficie.

 Come Schopenhauer aveva parlato del mondo come frutto di volontà e rappresentazione e di velo di Maya dietro il quale la realtà vera si nasconde agli occhi, per la Gaffurini il rapporto fra la sostanza e la forma è vissuto come frattura. L’arte per la Gaffurini è lo strumento capace di rivelare allo spettatore quello che non arriva alla percezione per via immediata, il rapporto dialettico fra apparenza e contenuto, fra forma superficiale e ciò che si nasconde dietro il velo. Attraverso una pratica di riuso di simboli provenienti dall’arte classica e l’applicazione di tecniche manuali sovrapposte al medium della fotografia, l’opera della Gaffurini si fa costantemente proiezione verso una dimensione che resta quella inafferrabile dell’oltre, che altro non è che quella che si nasconde sotto il velo di Maya.L’embossing, il rilievo a sbalzo, è uno dei principali strumenti con cui Silvia Gaffurini dà corpo allo hiatus fra apparenza e sostanza. Si tratta di un gioco visivo in cui la sovrapposizione fra due strati - la fotografia e il disegno – crea un corto circuito semantico fra elementi simili, ma di diverso significato. Lo scollamento fra le due dimensioni dell’oggetto è concepito dall’artista in modi di volta in volta diversi: come scarto temporale fra due momenti, nella serie Tempovita; stacco concettuale fra reale e proiezione ideale, in Underdrawing; fra libertà e vincoli spaziali, in Fili inquieti; fra pregiudizio e umanità in Plastic Bag.

Vediamo come la Gaffurini declina abilmente questi concetti nei suoi lavori. In Tracks l’artista disegna a sbalzo sui volti di bellezza purissima alcuni fili che si appuntano sulle teste femminili come pensieri in disordine, segni di vitalismo sull’immobilismo delle figure dalla statuaria classica. E’ il disegno a rilievo che mette in moto il disvelamento della realtà che risiede oltre l’apparenza della bellezza: l’equilibrio ha sempre come contrappunto il disequilibrio, l’armonia porta dentro di sé il caos. In Fili inquieti la Gaffurini sceglie di intervenire sull’immagine fotografica applicando dei fili, fino a fare di essa un oggetto. Come nell’opera storica di Giulio Paolini era contenuta una riflessione sulla natura dell’oggetto quadro, in quello della Gaffurini c’è lo spunto a riflettere concettualmente sui limiti dell’immagine e il suo supporto. Anche qui la rilettura dell’archetipo della forma classica della scultura costituisce la chiave di lettura per leggere la sperimentazione dell’uscita dell’immagine fotografica dai vincoli bidimensionali dello spazio. L’andare oltre in questi lavori è un atto concreto che si compie come proiezione nell’universo fuori dal quadro.

Nella serie Underdrawing, l’embossing si tramuta in un vero e proprio intervento di scrittura sul corpo dell’artista, che auto-fotografato, costituisce il supporto per lavori che hanno ad oggetto lo scollamento fra il Sé ideale e il Sé reale. Le due visioni sovrapposte sono viste in un movimento che è sempre dinamico e dialettico insieme, dove lo sguardo oltre corrisponde con il tentativo di farle coincidere. La necessità di rivelare ciò che si trova dietro a quell’occhio superficiale che si sofferma sull’apparenza dei vestiti è alla base anche dei lavori intitolati Plastic Bag. In questi il corpo femminile della modella - che è sempre la Gaffurini stessa - è nascosto dalla presenza, trasparente e disegnata a mano, del vestito. Lo scollamento semantico si produce fra il disegno a china e l’immagine fotografica sottostante e il velo della plastica che  lascia intravedere le fattezze di un corpo indifeso e nudo.  Appeso ad una gruccia e sbattuto in vetrina, la donna artista appare prigioniera di una dimensione ready to wear, in una confezione incellofanata messa sullo scaffale dei nostri desideri di consumo.

In queste opere il discorso sul corpo della donna si fa politico, e la critica nei confronti del sistema di produzione dei simboli estetici legati al femminile è condotta in un modo al tempo stesso giocoso e sofferto. Silvia collocando le scarpe rosse sotto l’orlo del vestito ci ricorda che quella donna di cui vedete solo il lato superficiale non è solo immagine, ma è vero corpo, con i suoi limiti e i suoi difetti.

L’oltreverso per la Gaffurini è invito costante ad andare oltre i pregiudizi e gli stereotipi: l’artista ci ricorda che dietro ogni possibile proiezione ideale si cela la realtà vera, che è fatta di persone in carne e ossa.

MIA PHOTO FAIR 2014


TEMPO VITA

Di Gigliola Foschi

 

Nell’arte contemporanea si è assistito a un continuo dialogo  tra pittura e fotografia: un confronto che si è spesso  trasformato in uno scambio di peculiarità tra un medium e l’altro. Basti pensare all’uso delle immagini fotografiche della Pop Art, o alle opere di Gerhard Richter, dove la pittura  diviene uno strumento al servizio della fotografia e non viceversa, come è tradizionalmente avvenuto. Ebbene,  nelle opere di Silvia Gaffurini, raccolte sotto il titolo complessivo di Tempo Vita, tale relazione assume una nuova, proficua, connotazione:  diviene una compresenza, una condivisione, basata su uno scambio reciproco alla pari. L’autrice, fotografa e restauratrice di quadri antichi,  presenta infatti  immagini in cui frammenti fotografati di dipinti d’epoca s’inseriscono e si fondono  armonicamente con  fotografie che paiono volerne proseguire la narrazione, creando una sorta di cortocircuito in cui passato e presente si nutrono a vicenda o sembrano voler cambiare di posto. Nella serie  di Tempo Vita, denominata  Il tempo attraverso,  fiori di antichi dipinti  si miscelano con quelli da lei stessa fotografati, fino a creare un insieme magico, silenzioso, attraversato da un’ambigua e sospesa temporalità. Mentre nelle due serie Paesaggi attinenti e Materia e sostanza tasselli di quadri riprodotti a colori, con la loro intensità evocativa sembrano rinascere e trovare una nuova vita nel confronto con il resto delle immagini fotografiche in bianco e nero che li accoglie mimandone i soggetti (l’onda di un mare dipinto è inserita nella fotografia di un paesaggio marino; il frammento della pittura di un corpo si prolunga in un ritratto fotografico che completa quel frammento…).   Nelle sue opere, dunque,  il dipinto antico funziona paradossalmente come il prelievo di una presenza materica e vitale che fa precipitare  le  “vere” fotografie   in bianco e nero in una sorta di ambiguo  passato remoto. Avviene così uno scambio temporale che fa vacillare l’immagine, la rende doppia e la situa in uno terzo spazio dallo statuto incerto, sospeso tra presenza e assenza, tra apparire e svanire, tra vitalità e passato.   Ed è per questo loro aspetto doppio e inquieto che le sue opere trattengono e richiamano lo sguardo, lo fanno restare in bilico in una terra di mezzo, sulla soglia della transizione e dei passaggi temporali.