MIA PHOTO FAIR 2014

Di Gigliola Foschi

 TEMPO VITA

Nell’arte contemporanea si è assistito a un continuo dialogo  tra pittura e fotografia: un confronto che si è spesso  trasformato in uno scambio di peculiarità tra un medium e l’altro. Basti pensare all’uso delle immagini fotografiche della Pop Art, o alle opere di Gerhard Richter, dove la pittura  diviene uno strumento al servizio della fotografia e non viceversa, come è tradizionalmente avvenuto. Ebbene,  nelle opere di Silvia Gaffurini, raccolte sotto il titolo complessivo di Tempo Vita, tale relazione assume una nuova, proficua, connotazione:  diviene una compresenza, una condivisione, basata su uno scambio reciproco alla pari. L’autrice, fotografa e restauratrice di quadri antichi,  presenta infatti  immagini in cui frammenti fotografati di dipinti d’epoca s’inseriscono e si fondono  armonicamente con  fotografie che paiono volerne proseguire la narrazione, creando una sorta di cortocircuito in cui passato e presente si nutrono a vicenda o sembrano voler cambiare di posto. Nella serie  di Tempo Vita, denominata  Il tempo attraverso,  fiori di antichi dipinti  si miscelano con quelli da lei stessa fotografati, fino a creare un insieme magico, silenzioso, attraversato da un’ambigua e sospesa temporalità. Mentre nelle due serie Paesaggi attinenti e Materia e sostanza tasselli di quadri riprodotti a colori, con la loro intensità evocativa sembrano rinascere e trovare una nuova vita nel confronto con il resto delle immagini fotografiche in bianco e nero che li accoglie mimandone i soggetti (l’onda di un mare dipinto è inserita nella fotografia di un paesaggio marino; il frammento della pittura di un corpo si prolunga in un ritratto fotografico che completa quel frammento…).   Nelle sue opere, dunque,  il dipinto antico funziona paradossalmente come il prelievo di una presenza materica e vitale che fa precipitare  le  “vere” fotografie   in bianco e nero in una sorta di ambiguo  passato remoto. Avviene così uno scambio temporale che fa vacillare l’immagine, la rende doppia e la situa in uno terzo spazio dallo statuto incerto, sospeso tra presenza e assenza, tra apparire e svanire, tra vitalità e passato.   Ed è per questo loro aspetto doppio e inquieto che le sue opere trattengono e richiamano lo sguardo, lo fanno restare in bilico in una terra di mezzo, sulla soglia della transizione e dei passaggi temporali. 

 

By Gigliola Foschi

 

Contemporary art has seen a continuous dialogue between painting and photography, a comparison that has often evolved into an exchange of peculiarities between the two media. Think of the use of photographic images in Pop Art, or of the work by Gerhard Richter where painting becomes a tool at the service of photography, and not vice versa as it occurred conventionally.  In the work by Silvia Gaffurini, collected under the title Tempo Vita (Time Life), such relation takes on a new, proficuous connotation, becoming a copresence, a communion based on an equal mutual exchange. The author, a photographer and restorer of antique paintings, presents images where fragments of photographs of such paintings are inserted and merged harmoniously with photographs that almost look as if they were continuing the same narrative, creating a short circuit where past and present feed off each other, or look as if they want to exchange places.  In the series Il tempo attraverso (Time throughout), part of the collection Tempo Vita, flowers belonging to antique paintings are mixed with others that the author photographed herself, creating a magic, silent result, pervaded by an ambiguous and suspended temporality. While in the two series Paesaggi attinenti (Related landscapes) and Materia e sostanza (Matter and substance), inserts belonging to some paintings reproduced in colour seem to be reborn and find a new lease of life thanks to the contrast with the surrounding black and white photographic images that welcome them, miming the original subject (a painted sea wave is inserted in the picture of a marine landscape; a fragment of a body painting extends itself into a photographic portrait that completes that portion). In her work, the antique painting paradoxically works like a sample holding such a material and lively presence that makes the ‘real’ black and white photographs collapse in a sort of ambiguous and distant past. As a result, a time exchange takes place and makes the image vacillate, duplicates it and positions it in a different space ruled by an uncertain statute, suspended between presence and absence, appearing and disappearing, vitality and the past. It is thanks to this twofold and restless representation that her work attracts and holds the gaze, precariously keeping it in a middle land, on the gateway to a transition and a time passage. 

MIA PHOTO FAIR 2018

Di Glenda Cinquegrana

CORPS A CORPS

Il progetto espositivo che presentiamo a MIA Photo Fair si intitola Corps à corps, ed è dedicato all’argomento corpo...le installazioni fotografiche della Gaffurini, in cui la moda come codice di rappresentazione del femminile è messa in questione...E’ una poetica critica nei confronti della moda quella di Silvia Gaffurini, che si ritrova in modo ambivalente sia negli scatti della serie Plastic Bag che nella serie  Fleurs de… L’artista bresciana mette in atto un complesso processo fotografico in cui un ruolo primario ricopre l’autoscatto, cui segue un processo fotografico o un lavoro manuale ad embossing sull’immagine. In una ricerca il cui tema base è lo scollamento fra la dimensioni ideale e reale, la Gaffurini gioca anche con destrezza con la tridimensionalità dell’oggetto fotografia, che essa costruisce con materiali di volta in volta diversi. In Plastic Bag, che abbiamo scelto per MIA Photo Fair 2018, il corpo dell’artista ricoperto dal suo vestito è prigioniero di una dimensione ready-to-wear che li vuole entrambi sullo scaffale dei nostri bisogni di consumo.

 

 By Glenda Cinquegrana

 

Corps á Corps is the title of the exhibition project devoted to human body...the photographic installations by Silvia Gaffurini, are criticising fashion as a representative model of womanhood...Silvia Gaffurini’s research is inspired by criticism towards the fashion system, which can be found both in the Plastic Bag series and in Fleurs de..The artist from Brescia employs a complex photographic process in which selfies cover an important role, followed by embossing. Reflecting on the gap that lies between idea and reality, Gaffurini plays with photograph seen as a three-dimensional object, which she constructs each time differently. In the Plastic Bag series the artist’s body is covered by a dress and seems imprisoned by a ready-to-wear mentality that is putting both the dress and female body on sale.

 

 

 

 


InArte Gallery, Bergamo 

Esibizione Personale 2017 

 

Di Glenda Cinquegrana

OLTREVERSO 

"Il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali (…) rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente". (cit. Arthur Schopenhauer)

                                                                                                  

L’opera di Silvia Gaffurini è basata sull’atto di guardare oltre: è un profondo atto di penetrazione della sostanza del reale e contemporaneamente di smascheramento di quello che si cela oltre la superficie.

 Come Schopenhauer aveva parlato del mondo come frutto di volontà e rappresentazione e di velo di Maya dietro il quale la realtà vera si nasconde agli occhi, per la Gaffurini il rapporto fra la sostanza e la forma è vissuto come frattura. L’arte per la Gaffurini è lo strumento capace di rivelare allo spettatore quello che non arriva alla percezione per via immediata, il rapporto dialettico fra apparenza e contenuto, fra forma superficiale e ciò che si nasconde dietro il velo. Attraverso una pratica di riuso di simboli provenienti dall’arte classica e l’applicazione di tecniche manuali sovrapposte al medium della fotografia, l’opera della Gaffurini si fa costantemente proiezione verso una dimensione che resta quella inafferrabile dell’oltre, che altro non è che quella che si nasconde sotto il velo di Maya.L’embossing, il rilievo a sbalzo, è uno dei principali strumenti con cui Silvia Gaffurini dà corpo allo hiatus fra apparenza e sostanza. Si tratta di un gioco visivo in cui la sovrapposizione fra due strati - la fotografia e il disegno – crea un corto circuito semantico fra elementi simili, ma di diverso significato. Lo scollamento fra le due dimensioni dell’oggetto è concepito dall’artista in modi di volta in volta diversi: come scarto temporale fra due momenti, nella serie Tempovita; stacco concettuale fra reale e proiezione ideale, in Underdrawing; fra libertà e vincoli spaziali, in Fili inquieti; fra pregiudizio e umanità in Plastic Bag.

Vediamo come la Gaffurini declina abilmente questi concetti nei suoi lavori. In Tracks l’artista disegna a sbalzo sui volti di bellezza purissima alcuni fili che si appuntano sulle teste femminili come pensieri in disordine, segni di vitalismo sull’immobilismo delle figure dalla statuaria classica. E’ il disegno a rilievo che mette in moto il disvelamento della realtà che risiede oltre l’apparenza della bellezza: l’equilibrio ha sempre come contrappunto il disequilibrio, l’armonia porta dentro di sé il caos. In Fili inquieti la Gaffurini sceglie di intervenire sull’immagine fotografica applicando dei fili, fino a fare di essa un oggetto. Come nell’opera storica di Giulio Paolini era contenuta una riflessione sulla natura dell’oggetto quadro, in quello della Gaffurini c’è lo spunto a riflettere concettualmente sui limiti dell’immagine e il suo supporto. Anche qui la rilettura dell’archetipo della forma classica della scultura costituisce la chiave di lettura per leggere la sperimentazione dell’uscita dell’immagine fotografica dai vincoli bidimensionali dello spazio. L’andare oltre in questi lavori è un atto concreto che si compie come proiezione nell’universo fuori dal quadro.

Nella serie Underdrawing, l’embossing si tramuta in un vero e proprio intervento di scrittura sul corpo dell’artista, che auto-fotografato, costituisce il supporto per lavori che hanno ad oggetto lo scollamento fra il Sé ideale e il Sé reale. Le due visioni sovrapposte sono viste in un movimento che è sempre dinamico e dialettico insieme, dove lo sguardo oltre corrisponde con il tentativo di farle coincidere. La necessità di rivelare ciò che si trova dietro a quell’occhio superficiale che si sofferma sull’apparenza dei vestiti è alla base anche dei lavori intitolati Plastic Bag. In questi il corpo femminile della modella - che è sempre la Gaffurini stessa - è nascosto dalla presenza, trasparente e disegnata a mano, del vestito. Lo scollamento semantico si produce fra il disegno a china e l’immagine fotografica sottostante e il velo della plastica che  lascia intravedere le fattezze di un corpo indifeso e nudo.  Appeso ad una gruccia e sbattuto in vetrina, la donna artista appare prigioniera di una dimensione ready to wear, in una confezione incellofanata messa sullo scaffale dei nostri desideri di consumo.

In queste opere il discorso sul corpo della donna si fa politico, e la critica nei confronti del sistema di produzione dei simboli estetici legati al femminile è condotta in un modo al tempo stesso giocoso e sofferto. Silvia collocando le scarpe rosse sotto l’orlo del vestito ci ricorda che quella donna di cui vedete solo il lato superficiale non è solo immagine, ma è vero corpo, con i suoi limiti e i suoi difetti.

L’oltreverso per la Gaffurini è invito costante ad andare oltre i pregiudizi e gli stereotipi: l’artista ci ricorda che dietro ogni possibile proiezione ideale si cela la realtà vera, che è fatta di persone in carne e ossa.

MIA PHOTO FAIR 2015

“Toppe di tela dipinte, metafora di cultura e arte, sono ideali  cerotti medicali  posti a salvaguardia di un probabile crollo di un muro, metafora dei mali del pianeta.

Ciò che è posto in evidenza è una radice estirpata dalla terra, metafora  di una  natura offesa,  pere dipinte, estrapolate da un quadro da me restaurato (XVIII° secolo), con evidenti  lacune e rotture, metafora dell’incuria umana e l’architettura, metafora del “fare” umano.Sottili fili di congiunzione tra le toppe sottolineano l’imprescindibile collegamento che intercorre  tra natura, cultura e uomo. Queste fotografie sono il tentativo di porre l’accento sull’importanza del  “recupero”, sotto ogni forma, partendo dal pianeta, passando per l’arte, e ovviamente, dall’umanità”. Ho scelto  di fotografare una toppa di tela di canapa, dipingendone la superficie con una pennellata  di colore rosso, ponendola al di sotto della radice, con lo scopo di sottolineare la contrapposizione tra una natura violata, priva di energia vitale e il colore rosso, simbolo di forza, energia, dinamismo e vitalità a suggerire “rispetto” nei confronti della natura.La toppa fotografata con la pennellata di colore blu, su cui idealmente poggiano le pere, è la metafora dell’ archetipo materno positivo, ovvero accoglienza, sicurezza e solidità. E’ stimolo ed esortazione al concetto di “salvaguardia” ossia recupero di tutto ciò che ha prodotto l’attività dell’uomo.

La toppa del margine inferiore, anch’essa a sostegno della decoesione del sottostante muro, è una fotografia che vuole essere il trait d’union cromatico  della mescolanza tra i due colori, rosso e  blu. E’ la tonalità bruno-violacea  l’ideale colore che sottende al nostro  pianeta, la madre terra.Le immagini delle toppe  poste a sostegno di fenditure sull’ elemento architettonico sono sinonimo di attenzione e  “cura”  verso  tutto ciò che stà attorno a noi.

Pertanto tutto si somma e si fonde. Tutto quello che  si  ammalora o non si considera sconta il massimo della pena e dunque…   

“mettiamoci una toppa”……siamo ancora in tempo.

 

 

 

"Patches of canvas painted metaphor of culture and art, are ideal places to safeguard medical tape of a probable collapse of a wall, a metaphor for the ills of the planet What is highlighted is a root eradicated from the earth, a metaphor of nature offense pears painted, extrapolated from a picture I restored (eighteenth century), with obvious gaps and cracks, metaphor neglect human and architecture, the metaphor of "doing" human Thin fibers of conjunction between the patches underline the essential connection between nature, culture and man These photographs are an attempt to emphasize the importance of "recovery" in all its forms, starting from the planet, through the art, and of course, humanity. "

I chose to photograph a patch of canvas, painting the surface with a splash of red, placing it below the root, in order to emphasize the contrast between nature violated, deprived of vital energy and the color red, symbol strength, energy, dynamism and vitality to suggest "respect" towards nature.

The patch photographed with the touch of blue, on which ideally rest pears, is the metaphor of 'maternal archetype positive or reception, security and robustness E 'stimulus and encouragement to the concept of "safeguards" that recovery of all that human activity has produced.

The patch of the lower margin, also in support of the de-cohesion of the underlying wall, it is a picture that wants to be the trait d 'union of the color mixture of the two colors, red and blue and' tone brown-purplish color ideal that underlies our planet, Mother Earth.

The images of the patches placed in support of slits on architectural element are synonymous with attention and "care" towards everything which stands around us therefore all adds up and melts All that ammalora or not you consider reflects the maximum sentence and then ... "let's put a patch" …there is still time.

 

 

 

 


ROCCA ROVERESCA, Senigallia 2018

 

Di Giorgio Bonomi 

Mostra annuale dell'autoscatto alla Rocca roveresca: Giorgio Bonomi racconta storia e nuove acquisizioni dell'archivio italiano dell'autoritratto fotografico

Fontana, Maria Mulas, Branzi, Migliori. Grandi e venerati maestri della fotografia e fotografi emergenti, giovani e meno giovani. Tutti a Senigallia le artiste e gli artisti italiani dell'autoscatto. Alla Rocca roveresca fervono i lavori di allestimento per una mostra, che sarà anche l'occasione per l'esordio di un meeting annuale degli artisti italiani dell'autoscatto. A coordinare l'evento, fissato per il 25 agosto alla Rocca roveresca, è il prof. Giorgio Bonomi, direttore della rivista Titolo e autore di due edizioni del libro "Il corpo solitario" ed. Rubettino. Si tratta di autentiche monumentali enciclopedie che registrano lo stato dell'arte nel campo del'autoscatto fotografico. Dal successo di queste pubblicazioni è nato anche il successo dell'archivio italiano dell'autoritratto fotografico. Racconta il prof. Gorgio Bonomi: "Presso il Musinf di Senigallia, diretto dal prof. Carlo Emanuele Bugatti, è stato creato nel 2015 l'Archivio dell'Autoritratto Fotografico. Sin dall'istituzione me ne è stata affidata la cura ed i coordinamento. L'esperienza dell'Archivio si è manifestata subito come un successo e le acquisizioni sono state tantissime e proseguono quasi quotidianamente. Al Musinf di Senigallia si stanno raccogliendo dunque gli autoscatti fotografici degli artisti del nostro tempo, i quali, attraverso la fotografia, hanno messo in pratica le modalità dell'autorappresentazione. Sono già presenti gli autoscatti di circa duecentocinquanta artisti, famosi e meno, giovani e maturi. Comunque tutti "artisti". Per la maggior parte italiani ma con qualche presenza significativa di fotografi stranieri. Per "autoscatto" o "autoritratto" continua Bonomi, "si possono usare molte definizioni, comunque questo, oltre che una tecnica, è anche una poetica. La pratica dell'autoscatto si è enormemente diffusa in tutto il mondo, soprattutto negli ultimi anni, come è testimoniato anche dal larghissimo uso del cosiddetto "selfie" cui l'Archivio, occupandosi di artisti, ovviamente non è interessato poiché è un fenomeno sociologico e non estetico. 

L'idea di questa raccolta ha preso spunto dal mio libro Il corpo solitario. L'autoscatto nella fotografia contemporanea, Rubbettino Editore 2012 - è uscito poi nel 2017 un secondo volume ed è in preparazione un terzo, sempre con lo stesso titolo ma ovviamente con autori diversi - in cui compaiono centinaia di qualificate testimonianze di fotografi italiani e stranieri: il volume fu presentato proprio a Senigallia, contemporaneamente ad una mostra nel Palazzo del Duca (3-18 novembre 2012).

Così è maturata la collaborazione tra me e il Musinf che - oltre alla costituzione dell'Archivio cui hanno risposto, e lo stanno facendo ancora come testimoniano le recenti acquisizioni, moltissimi artisti - ha visto la realizzazione di mostre tematiche con opere provenienti dall'Archivio, ad esempio a Roma, Ascoli Piceno, Tortona e al Museo Nori de' Nobili di Trecastelli.

Ebbene, l'artista nell'autoritratto parte dal proprio corpo come elemento primario di sé e, solo con se stesso, ricerca una rappresentazione che può essere "reale" o "possibile", tragicamente data o felicemente ipotizzata. Per "autorappresentazione" si intendono tutte le forme possibili con cui questa può realizzarsi con la fotografia, dall'autoscatto vero e proprio (con il temporizzatore, con la macchina fotografica in mano, con il flessibile, con il telecomando) alla fotografia realizzata da un assistente il cui compito è meramente esecutivo o con le nuove tecnologie (scanner, video ecc.). Inoltre per "autoritratto" si considerano tutte le possibili "autorappresentazioni", dal corpo intero a parti di esso.

È caratteristica dei nostri tempi l'apparizione di un modo nuovo di riflessione sulla propria identità, sul proprio corpo, sulla conoscenza di sé. Finito lo "scandalo", finita la necessità ontologica di un'autodefinizione, l'artista ha cominciato a indagare su se stesso come oggetto di conoscenza, da un lato, e come soggetto di narrazione, dall'altro: la metodologia dell'autorappresentazione è apparsa la più funzionale e la più appropriata per simili operazioni; la stessa componente narcisistica, certamente presente, assume un valore diverso se si legge il mito greco non come esempio di futile vanità (Narciso muore, a seconda delle versioni, affogato o di consunzione, perché innamorato di sé) bensì come esemplificazione dell'operazione del conoscere, cioè il percepire l'altro da sé (ciò che sta davanti al soggetto conoscente) e comprenderlo (che, etimologicamente - dal latino "cum-prehendo" - significa "prendere insieme", "afferrare"), per cui Narciso muore nel tentativo di "afferrare" la sua immagine "riflessa" sull'acqua proprio per conoscere se stesso, cioè con l'"autoriflessione", e si consideri che si può conoscere la parte più significativa del proprio corpo - il volto - solo con lo specchio, che "riflette": con il mito di Narciso si evidenzia che il desiderio di conoscere comporta rischi estremi, fino alla morte, come insegna anche l'altro grande mito sulla conoscenza, l'Ulisse dantesco.

È evidente che in questa odierna società, sempre più spersonalizzata e basata sull'immateriale, il percorso di riappropriazione non può che partire da se stessi e dal proprio corpo: l'autoritratto funziona come "specchio". Molti autoritratti dimostrano, inoltre, come la poetica dell'autorappresentazione non si concentri solo sulla solipsistica conoscenza di sé e ricerca della propria identità, infatti alcuni artisti, al contrario, con la tecnica del travestimento - ironico o drammatico, è lo stesso - mettono in luce l'impossibilità pirandelliana, ma già eraclitea, di una netta definizione di identità, sia nel senso di "io" che di "altro"; altri ancora usano l'autorappresentazione per un discorso narrativo tanto con una sola immagine, quanto con una teoria di sequenze; altri, infine, tentano di esplorare, sperimentalmente, nuove vie e nuovi territori.

Da ultimo, ma a rigor di logica sarebbe la prima domanda, ci si può chiedere: perché proprio la metodologia dell'autorappresentazione? Gli è che, oltre alle motivazioni sopra esposte, questa forma di rappresentazione/espressione permette all'artista di unificare soggetto ed oggetto senza mediazioni e di usufruire di una completa "solitudine" nell'atto creativo. Se, infatti, quando l'artista riprende una realtà altra con la camera fotografica, si ha l'ingranaggio di tre elementi - il soggetto che riprende, la macchina, l'oggetto ripreso - con l'autoscatto il primo e il terzo si unificano quasi fagocitando, per così dire, il secondo. Tutto ciò permette di evitare, almeno a livello concettuale e metodologico, ogni interferenza esterna, positiva o negativa, e l'autore si trova "solitario" e carico di una responsabilità, etica ed estetica, maggiore e con una dose assai più ampia di rischio: ma la sfida in molti casi ha dato risultati assai interessanti, come dimostra questo Archivio che, essendo in fieri, sarà arricchito sempre di più di presenze di artisti e di fotografie, e vedrà periodicamente esposizioni e cataloghi, con tematiche specifiche o nel suo insieme. 

Tra gli artisti presenti nell'Archivio più significativi ricordiamo Maria Mulas, Franco Fontana, Aldo Tagliaferro, Mario Giacomelli, di cui il Musinf conserva ed espone in tutto il mondo, tantissime delle opere più famose, Piergiorgio Branzi, Nino Migliori, Stefania Beretta, Luigi Erba, Maurizio Gabbana, Antonio D'Agostino Edoardo Romagnoli, Iginio Sacconi, Brigitte Tast, Miriam Colognesi, Marco Circhirillo, Donatella Spaziani, Francesca Della Toffola ed altri.